Assenzio: sostanza allucinogena o potente alcolico?

Due sguardi persi nel vuoto. Vicini, ma al tempo stesso distanti. Così, appaiono i due personaggi raffigurati nel quadro di Degas, “L’Assenzio“. Sono un uomo e una donna intorpiditi dagli effetti dell’assenzio, una bevanda estremamente popolare in tutti gli ambienti della società al tempo della Belle Epoque. Intorno a questa bevanda si sono formulate le teorie più disparate fino a considerarla allucinogena.
Ma cosa c’è nell’assenzio e soprattutto, è davvero così terribile e pericoloso da meritarsi un divieto di vendita dal 1915 al 1988 (anno in cui è stato nuovamente legalizzato in Europa)?

Assenzio - Edgar Degas (1876)
L’Assenzio – Edgar Degas (1876)

Nato nel 1789 dall’ingegno del dottore francese Pierre Ordinaire, l’assenzio è una miscela di erbe aromatiche con l’alcol, usata per trattare gli ammalati. Secondo alcuni scritti la ricetta fu venduta e, dopo una lunga serie di vicissitudini, finì nelle mani di Major Dubied che insieme a suo figlio e suo nipote iniziarono la vendita del distillato producendone fino a 30.000 litri al giorno. Fu l’inizio di un business di estremo successo che durò fino al 1914 e coinvolse moltissimi poeti (Rimbaud, Verlaine) e artisti (Van Gogh, Degas) di tutta Europa.

La bevanda venne spesso associata ad una sindrome legata al suo abuso diversa dall’alcolismo e chiamata “absintismo“. Questa condizione pareva essere legata agli effetti negativi dell’assenzio (e delle molecole in esso contenute, specialmente il tujone) sul sistema nervoso. La goccia che fece traboccare il vaso fu quando un contadino uccise tutta la sua famiglia sotto l’effetto dell’assenzio (ma anche di altre bevande alcoliche). La decisione fu quella di rendere da lì a pochi anni la bevanda illegale, ma era davvero lei la responsabile?

Una recente pubblicazione si è occupata di confrontare la composizione chimica dell’assenzio antecedente al periodo proibizionista con quello post-1988. L’attenzione principale è stata rivolta al tujone, un terpenoide presente anche in altre bevande alcoliche (il vermuth) e in piccole dosi anche nella salvia. Un confronto effettuato tra le diverse bottiglie di assenzio relative ai differenti periodi storici ha messo in evidenza che non ci sono differenze in termini di concentrazione di questa sostanza. In altre parole l’assenzio in vendita oggi contiene la stessa quantità di tujone dell’assenzio venduto all’epoca di Van Gogh.
Un’altra spiegazione dell’absintismo poteva essere associata alla scarsa qualità dell’alcol utilizzato per la produzione della bevanda alcolica. Si supponeva che esso potesse contenere impurezze , ad esempio il metanolo, estremamente pericoloso per la salute umana. Per quanto effettivamente le impurità presenti nei campioni dell’assenzio di fine ‘800 fossero maggiori di quelle attuali, esse sorprendentemente avrebbero soddisfatto i criteri imposti dalla moderna legislazione europea!
I due ultimi sospettati erano i sali di rame (per rendere l’assenzio di un verde più intenso) e i sali di antimonio (per renderlo di una consistenza simile al latte). Questi composti effettivamente potevano causare, se assunti in grandi quantità, dei disordini nervosi, ma, anche in questo caso sono stati scagionati: non si è osservata alcuna presenza di antimonio e la quantità di rame trovata nella maggior parte dei campioni era inferiore ai limiti odierni fissati dall’Unione Europea.

Quindi, quella intorno all’assenzio è pura leggenda? L’absintismo è una sindrome diversa dall’alcolismo? Le risposte a queste domande paiono essere rispettivamente SI e NO. In altre parole, intorno all’assenzio si è sviluppato un vero e proprio mito che però non trova riscontro nella letteratura scientifica.

Informazioni su François Burgay 42 Articoli
Dottorato di ricerca in Scienza e Gestione dei Cambiamenti Climatici presso l'Università Ca' Foscari di Venezia e laureato in Chimica dell'Ambiente presso l'Università di Torino ha da sempre la passione per la divulgazione della scienza e della chimica in particolare. Attualmente lavoro come ricercatore presso il Paul Scherrer Institut, in Svizzera

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*