Protecting Ice Memory

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Via via che la sensibilità ambientale aumentava, l’uomo ha iniziato a prendersi cura delle specie animali a rischio di estinzione proteggendole dai bracconieri e garantendo loro ambienti più idonei alla riproduzione e alla loro sopravvivenza.
Ma soltanto gli organismi viventi necessitano di questo tipo di protezione? Da un’idea del Prof. Carlo Barbante e del Prof. Jerome Chapellaz, il 2016 è stato il primo anno in cui l’uomo ha iniziato a salvaguardare dall’estinzione… il ghiaccio!

Protecting Ice Memory - La tenda sul Col du Dome

Protecting Ice Memory – La tenda sul Col du Dome

Il progetto a cui mi riferisco è Protecting Ice Memory che ha visto impegnati nella seconda metà di Agosto ricercatori italiani, francesi e russi al Col du Dome, sul Monte Bianco.
L’obiettivo di questa missione, alla quale ne seguiranno altre nel 2017 e nel 2018, è quello di salvare la memoria dei ghiacci prelevando e conservando delle carote di ghiaccio che rappresentano un incredibile archivio del passato climatico del nostro pianeta. Con il riscaldamento globale, questi “scrigni climatici” rischierebbero di diventare illeggibili a causa della fusione e del mescolamento tra strati adiacenti. Se senza la stele di Rosetta non saremmo riusciti a decifrare correttamente i geroglifici, così una carota di ghiaccio illeggibile porterebbe alla perdita di informazioni cruciali.

Ma come si fa a salvare il ghiaccio? La logica che sta alla base di questo progetto non è poi così diversa da quella che porta alla protezione di animali in via d’estinzione. Se in quest’ultimo caso si tende a spostarli in luoghi più sicuri, magari perché dove vivono ora non hanno più cibo, lo stesso si fa con una carota di ghiaccio: la si sposta in un luogo più sicuro. E questa oasi è l’Antartide, luogo in cui le temperature massime, nella parte centrale, difficilmente superano i -20°C. Qui, le carote di ghiaccio rimarranno in attesa di venire analizzate dalle future generazioni di scienziati che, con strumentazioni più sofisticate, potranno fare scoperte che noi oggi non siamo in grado di realizzare.

L'incredibile luogo della prima tappa della missione Protecting Ice Memory: il Col du Dome

L’incredibile luogo della prima tappa della missione Protecting Ice Memory: il Col du Dome

Per me è stato motivo di grande orgoglio partecipare a questa prima tappa, sia perché si è trattata della mia prima esperienza in campo e sia per il grande significato che il progetto Protecting Ice Memory porta con sé.
Dopo uno splendido volo in elicottero siamo atterrati sul Col du Dome, una sella posta 500 metri sotto la vetta del Monte Bianco a 4.300 metri di quota. Vivere e lavorare per una settimana a questa quota non è stato facile: il nostro organismo è abituato a tutt’altre altezze! Fortunatamente, vivendo in Valle d’Aosta, ho avuto la possibilità di svolgere un periodo di acclimatamento che è consistito nel dormire una notte a 3600 metri. In questo modo il corpo è riuscito ad adattarsi ai cambiamenti ambientali.
In effetti, il problema principale dell’alta quota è la scarsità di ossigeno. Se ne respira la metà di quello che si ha a disposizione al livello del mare. Per far fronte a questa carenza, i reni iniziano a produrre maggiori quantità di un ormone, l’eritropoietina (l’EPO, usata anche come farmaco dopante), per aumentare il trasporto di ossigeno attraverso la sintesi di un maggior numero di globuli rossi.

Dal punto di vista operativo, le nostre giornate iniziavano alle otto del mattino e finivano verso le otto di sera con un’ora di pausa pranzo. La squadra si divideva in due: la prima si occupava della trivellazione del ghiaccio attraverso l’uso di un carotiere, la seconda invece si occupava della catalogazione delle carote di ghiaccio che venivano estratte un metro alla volta. Una volta catalogate, le carote venivano imbustate in una sacca di plastica, quindi inserite in un box di polistirene. Quando il box veniva riempito con sei carote di ghiaccio, veniva trasferito in una cava sotto la neve al fine di garantire le temperature più basse possibili in modo da evitare lo scioglimento del ghiaccio. Quindi, ogni due/tre giorni, queste casse venivano trasportate a valle tramite elicottero. Vi potete solo immaginare la fatica nel preparare il materiale per l’elicottero il cui peso si aggirava intorno alla tonnellata e mezza.

Protecting Ice Memory - Il carotiere

Protecting Ice Memory – Il carotiere

Il lavoro non era di per sé molto complesso, ma, laddove regna la routine è anche facile sbagliarsi e commettere delle ingenuità. La parte più difficile era legata agli sforzi fisici e alle condizioni alle quali eravamo sottoposti: gelo durante la notte (ma che notti!), spostamento di carichi pesanti ecc…

L’esperienza, vissuta da me, Federico Dallo, Andrea Spolaor, Jacopo Gabrieli, Luisa Poto e Michele Bertò oltre che dai colleghi francesi e russi, è raccontata da un video che sarà presto pubblicato sul canale Youtube di Amolachimica. Amolachimica.it seguirà gli sviluppi futuri del progetto Protecting Ice Memory a partire dalla missione del 2017 in programma sul ghiacciaio dell’Illimani in Bolivia.

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